Abissi, complotti e una bestia di sei metri: il "giallo" dello squalo di Piombino
- 12 giu
- Tempo di lettura: 4 min

Se c’è una cosa che gli anni passati tra faldoni giudiziari, aule di tribunale e tonnellate di letteratura di genere mi hanno insegnato, è che la realtà possiede un senso del dramma e dell'ironia nera che nessun autore di noir saprà mai replicare. Prendete la Toscana, inverno del 1989. Il Golfo di Baratti, solitamente uno specchio d’acqua pacifico e da cartolina, si trasforma all'improvviso nel set ideale per una versione nostrana de Lo Squalo, il mitico film di Steven Spelberg. Benvenuti a Piombino, dove l'assassino non lascia impronte digitali, ma morsi da record.
L'evento: 2 febbraio 1989, la realtà imita il cinema.
Il nostro "caso" inizia ufficialmente il 2 febbraio 1989. La vittima della tragedia è Luciano Costanzo, 47 anni, un sub professionista con un solido passato da calciatore; un uomo, insomma, che l'acqua e la fatica fisica le conosce bene. Costanzo si trova tra Piombino e l'Isola D'Elba, a circa 700 metri dalla costa, impegnato in un'immersione alla ricerca dei cavi ENEL posati sul fondo marino a una profondità di circa 27 metri.
La dinamica dell'attacco, ricostruita attraverso gli occhi dei testimoni, ha la cadenza tesa e drammatica di un fumetto d'avventura d'altri tempi. Sulla barca d'appoggio ci sono il figlio diciannovenne di Luciano, Gianluca, e un amico di famiglia, l'ingegnere svizzero Paolo Bader. Mentre Costanzo sta risalendo verso la superficie, dalle acque emerge un’ombra colossale.
I testimoni descrivono una sequenza da brivido articolata in due passaggi: prima l' animale punta l'uomo e lo azzanna con violenza e poi, senza dare il tempo di imbastire un soccorso, il predatore trascina la vittima verso il fondo. Pochi secondi, e di Luciano Costanzo non rimane più alcuna traccia; sul fondale restano solo pochi reperti mutilati della sua attrezzatura.
Basandosi sulle precise descrizioni dei testimoni e sulle successive analisi dei resti, l'identikit del "killer" è presto fatto: si tratta di un Grande Squalo Bianco (Carcharodon carcharias), un predatore marittimo dalla lunghezza stimata di ben sei metri.
Il circo mediatico: dall'effetto "Jaws" al negazionismo strategico.
Presto, la cronaca cede il passo al sensazionalismo puro. L’evento scatena un vero e proprio "effetto Squalo" collettivo. I principali quotidiani nazionali dell'epoca – La Stampa, Il Corriere della Sera, la Repubblica – gli dedicano le prime pagine per settimane. I toni oscillano pericolosamente tra il terrore e il melodramma, ribattezzando la creatura "il mostro di Baratti" e alimentando una fobia collettiva senza precedenti.
Le istituzioni locali reagiscono inizialmente con un misto di prudenza e urgenza. La Capitaneria di Porto emana divieti tassativi di balneazione e pesca. Viene persino organizzata una massiccia "caccia allo squalo" che vede imbarcazioni militari e civili pattugliare le acque per giorni interi (in una riedizione provinciale del personaggio di Quint nel film di Spielberg), senza però che l'animale sia rintracciato.
Poi, però, subentra la dura legge del mercato. Con la stagione estiva alle porte, le autorità e la comunità locale iniziano a temere un crollo verticale del turismo balneare per l'anno successivo. La strategia cambia radicalmente: si passa repentinamente alla delegittimazione della notizia. Se non puoi catturarlo, meglio dire che lo squalo non è mai esistito.
I dubbi degli esperti e il fango mediatico.
Molti ittiologi e subacquei si dichiarano scettici: la tesi principale è che un Grande Bianco di sei metri non possa trovarsi in quelle acque così basse e vicine alla riva. Questa incredulità scientifica iniziale diventa il pretesto perfetto per autorizzare l'opinione pubblica a formulare ipotesi alternative decisamente infamanti.
Mentre i giornali locali cercano di difendere la veridicità dell'attacco, la stampa nazionale e internazionale inizia a deridere la vicenda. Un giornale inglese ironizza con il titolo Piombino, the New Amity. La televisione decide di cavalcare l’onda del dubbio: Rete A, nel suo notiziario diretto da Emilio Fede, lancia lo scoop chiamando in causa esperti pronti a mettere seriamente in dubbio che a provocare i segni sulle attrezzature subacquee sia stato uno squalo. La RAI risponde con Mino D'Amato e la sua celebre trasmissione Alla ricerca dell'Arca. In una puntata ad hoc vengono invitati Mario Oriani, direttore della rivista Aqua, e il suo redattore Enrico Cappelletti. I due, mentre pubblicizzano il numero della rivista che sta per uscire in edicola, dimostrano come, a loro dire, non potesse essere assolutamente uno squalo ad aver attaccato il Costanzo. Per blindare la tesi negazionista, si arriva alla caratterizzazione infamante della vittima: Costanzo viene descritto come un "poco di buono", etichettato come "Il bomba", un pescatore di frodo o addirittura un tombarolo. Il classico schema da romanzo giallo: se la vittima ha una condotta discutibile, forse non è una vera vittima.
Le teorie del complotto.
Con il corpo della vittima che non si trova e e con la sua reputazione sotto tiro, fioriscono le più classiche teorie del complotto, degne di un thriller giudiziario di provincia.
La teoria dell'elica: è la spiegazione "razionale" che va per la maggiore. Luciano Costanzo sarebbe stato colpito accidentalmente dall'elica della barca d’appoggio. Il figlio e l’amico svizzero si sarebbero inventati la storia dello squalo gigante per coprire un tragico omicidio colposo.
La truffa dell'assicurazione: qualcuno ipotizza una complessa messinscena orchestrata per incassare ricchi premi assicurativi, ignorando il fatto che la mancanza di un corpo renda le procedure burocratiche per riscuotere l'eventuale risarcimento estremamente complesse.
Il delitto perfetto: le voci più malevole arrivano a ipotizzare un vero e proprio regolamento di conti, trasformando una tragedia naturale in un fosco caso di cronaca nera giudiziaria.
La parola alla difesa: la conferma scientifica.
Come in ogni giallo che si rispetti, però, le chiacchiere da bar e le speculazioni mediatiche devono arrendersi davanti alla Prova Regina. La verità storica e scientifica arriva grazie all'analisi dei reperti recuperati nei giorni successivi all'attacco. Infatti, sulla cintura di zavorra in piombo vengono rinvenuti solchi profondi e le analisi confermano che tali segni sono compatibili unicamente con i denti di un Carcharodon carcharias. Inoltre, i tagli sulla gomma della muta non presentano la linearità pulita e netta tipica dell'impatto con un'elica, ma mostrano la sfrangiatura caratteristica prodotta dai denti seghettati di uno squalo bianco.
La conferma dell'attacco si ha quando studiosi del calibro di Alessandro De Maddalena, tra i massimi esperti di squali al mondo, catalogano l'evento come "certamente causato da un grande squalo bianco", inserendolo nei database scientifici internazionali del GSAF (Global Shark Attack File).
La verità, alla fine, è emersa dagli abissi, ripulendo il nome della vittima dal fango del sospetto. Un giallo risolto dalla scienza, che ci ricorda come a volte il predatore più spietato non sia quello che nuota sul fondo, ma quello che specula a galla per salvare la stagione turistica.
® Riproduzione Riservata







