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Gatti leggendari e gatti letterari

  • 12 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Gatti leggendari e gatti letterari

di Serena Venditto


Chi di voi ha un gatto sa che ogni tanto fissano il loro sguardo su un punto nel vuoto, e non è dato sapere cosa stanno guardando. Un fantasma, una divinità, ci stanno solo prendendo in giro? Non lo sappiamo, e questa cosa ci affascina (e ci indispettisce, magari).

Ed è stato sempre così, per questo il gatto, nel corso della Storia, è sempre stato considerato un animale sacro: simbolo di indipendenza, mistero e passaggio tra mondi visibili e invisibili, ha assunto significati religiosi, sociali e mitologici profondi. Nell’antico Egitto era considerato un animale sacro, protettore della casa, dei raccolti e dell’ordine cosmico. Grazie alla sua abilità nel cacciare roditori e serpenti, difendeva i granai e veniva accolto nelle abitazioni come segno di prosperità (e come gradita compagnia). La sua importanza era tale che era protetto dalla legge e ucciderlo poteva comportare la pena di morte.

Era associato alla dea Bastet, divinità della fertilità, della maternità, della protezione e del calore domestico, rappresentata con testa felina. Bastet incarnava il lato benevolo dell’energia solare, in contrasto con la sorella Sekhmet, leonessa distruttrice. Entrambe rappresentavano aspetti complementari dell’“Occhio di Ra”, simbolo del dualismo centrale nella religione egizia. Il gatto era inoltre legato al dio sole Ra nella figura del “Grande Gatto di Eliopoli”, difensore dell’ordine universale contro il serpente del caos Apopi, immagine della lotta eterna tra luce e oscurità.

Attraverso commerci e conquiste, il gatto si diffuse in tutto il Mediterraneo: in Grecia e a Roma sostituì gradualmente il furetto come animale domestico contro i topi, perse il carattere strettamente sacro, ma mantenne un forte valore simbolico, associato alla libertà, alla protezione domestica e a divinità come Iside, Diana e Libertas.

Le altre leggende feline si snodano fra la mitologia nordica, in cui il gatto è legato alla dea Freya, simbolo di amore, fertilità e magia, il cui carro era trainato da due gatti e le tradizioni celtiche e druidiche, in cui il gatto compare accanto a figure divine femminili, rafforzando il suo legame con il sacro e il mistero.

In Islanda, il “Gatto di Yule” è protagonista di una leggenda natalizia un po’ macabra: punisce divorandolo (o, divorandone la cena, alternativa più morbida) chi non possiede un abito nuovo durante il solstizio: una leggenda legata alla tradizione di regalare un capo di lana nuovo ai lavoratori nelle filande, una sorta di premio di produttività all’approssimarsi del rigidissimo inverno islandese. Nel mondo slavo e russo, invece, il gatto era considerato protettore contro gli spiriti maligni e compare in fiabe e racconti popolari come animale saggio o magico, come il Gatto Cullatore (Кот-Баюн = Kot Bajùn), un «personaggio fiabesco» negativo perché fa le fusa, miagola delle canzoni e addormenta i principi che cercano le loro principesse.  E a proposito di Russia, come non citare i meravigliosi dell’Ermitage, ingaggiato per tenere lontani i topi e ora alloggiati e trattati come i veri padroni di casa del museo?

Il gatto occupa un ruolo centrale non solo nella religione, ma anche nella letteratura e nell’immaginario simbolico, apparendo come creatura ambigua, indipendente, misteriosa e spesso dotata di qualità straordinarie. Animale silenzioso e osservatore, viene associato tanto alla scrittura quanto al mistero e all’investigazione: libero e sfuggente, è spesso rappresentato come figura diabolica oppure come detective naturale grazie alla sua intelligenza, alla capacità di vedere nel buio e al suo istinto.

Un legame letterario, fra gatti diabolici e gatti detective.

Ma perché il gatto è un animale letterario? In quanto silenzioso e notturno è la compagnia ideale per artisti e scrittori.

E perché diabolico? Perché è libero, e questa sua libertà ci incuriosisce ed è stata spesso oggetto di invidia.

E detective? Vede al buio, ha un fiuto eccezionale, è intelligente, è capace di intrufolarsi ovunque senza farsi scoprire. Tutte doti che qualsiasi investigatore vorrebbe avere.

Uno dei gatti letterari più celebri è il Gatto del Cheshire, creato da Lewis Carroll e apparso nel 1865 nel romanzo Alice nel Paese delle Meraviglie. Trae ispirazione da racconti popolari inglesi su gatti invisibili e dal proverbio “sorridere come un gatto del Cheshire”. Conosciuto anche come Stregatto o Ghignagatto, è famoso per il suo sorriso enigmatico e per la capacità di apparire e scomparire a piacimento. Carroll si sofferma particolarmente sulla sua descrizione fisica: un gatto grosso, sornione, dalla voce profonda e dall’atteggiamento ambiguo.  Nel racconto è l’unico personaggio capace di spiegare ad Alice le assurde regole del Paese delle Meraviglie, pur restando criptico e apparentemente folle. Il suo rapporto con Alice ribalta quello reale che la bambina ha con la propria gatta Dinah, assumendo quasi il ruolo di guida filosofica.

Il gatto compare anche nella letteratura gotica e horror come figura inquietante o soprannaturale. Il capostipite dei gatti noir è Il gatto nero di Edgar Allan Poe, in cui il gatto Plutone diventa simbolo di colpa, ossessione e folliamentre ne Il gatto bianco di Drumgunniol di Joseph Sheridan Le Fanu, il felino assume una natura sinistra e appare come presagio di morte.

Particolarmente significativo è il ruolo del gatto nelle opere di H. P. Lovecraft. In I gatti di Ulthar, i gatti vengono descritti come creature misteriose, custodi di conoscenze antiche e alleati delle forze invisibili. La vicenda narra la vendetta corale dei gatti contro due anziani crudeli che li uccidono, evento che porta alla creazione di una legge che proibisce di ucciderli.

Un altro celebre gatto letterario è Behemoth nel capolavoro di Michail Bulgakov Il Maestro e Margherita: enorme, nero, sarcastico e capace di parlare e camminare sulle zampe posteriori, combina ironia, malizia e poteri demoniaci, diventando una figura memorabile della letteratura contemporanea. La sua fama è tale che il museo dedicato a Bulgakov a Mosca ospita un vero gatto Behemoth – per capire l’importanza di quel gatto, non solo nel romanzo ma anche per il museo, basta pensare che è stato scelto tramite un concorso e di lui si occupano un medico veterinario, uno stilista e ha un piano speciale di alimentazione – persino protagonista di un clamoroso rapimento nel 2018.

Accanto ai gatti misteriosi o demoniaci, la letteratura poliziesca può annoverare diversi gatti detective.

La scrittrice Lilian Jackson Braun rese celebri i gatti siamesi Koko e Yum Yum, aiutanti del giornalista-investigatore Jim Qwilleran nella  lunga e fortunata serie iniziata con Il gatto che leggeva alla rovescia. Anche altri autori, come Dolores Hitchens – con la gatta Samantha, protagonista di dodici libri – e Miranda James con  il bibliotecario Charlie Harris e il suo gatto Diesel – hanno costruito gialli in cui i felini diventano osservatori privilegiati o veri risolutori di misteri.

(Beh, anche io ho creato un gatto detective: il gatto Mycroft, come il fratello di Sherlock Holmes, coinquilino – o vero padrone di casa, a seconda dei punti di vista – di quattro detective dilettanti che abitano a via Atri 36, nel cuore del cuore del centro storico di Napoli, in una serie pubblicata da Mondadori).

Così, nella narrativa, il gatto si conferma simbolo di intelligenza, ambiguità e conoscenza nascosta, sempre sospeso tra magia, ironia e capacità di svelare l’invisibile.


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