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Licenza di miagolare. Gatti, squali, delfini e altre creature nell’immaginario segreto dello spionaggio

  • 18 giu
  • Tempo di lettura: 4 min

Licenza di miagolare. Gatti, squali, delfini e altre creature nell’immaginario segreto dello spionaggio

di Francesco Bellofatto


Nessun animale ha incarnato questa grammatica del potere meglio del gatto bianco di Ernst Stavro Blofeld, l’acerrimo nemico di James Bond. Prima ancora che lo spettatore veda il volto del capo della Spectre, vede una mano che accarezza un Angora bianco. Accade in Dalla Russia con amore: Blofeld è ancora un’ombra, una voce, una nuca, ma il gatto è già lì. Non è un accessorio. È una firma. Il potere, nei film di 007, non ha bisogno di mostrarsi subito: basta che respiri piano, che resti immobile, che domini la scena con un animale in grembo. Quel gatto elegante, vigile, autonomo, diventa il corpo sostitutivo del villain, la sua maschera vivente, il suo stemma araldico. Non miagola, non attacca, non consola. Osserva. E nel mondo della Spectre osservare significa già comandare.

Il gatto di Blofeld è diverso dagli animali feroci che popolano la saga bondiana: non è tarantola, squalo, piranha, serpente, coccodrillo. Non è morte spettacolare. È controllo freddo. In Si vive solo due volte, quando la base della Spectre viene invasa dai ninja, il gatto fugge. È un dettaglio rapidissimo, quasi invisibile, ma decisivo: nel momento in cui il tempio del potere crolla, l’animale si sottrae. Blofeld può sognare il dominio del mondo, ma non possiede nemmeno il suo gatto. In Una cascata di diamanti l’animale viene persino replicato, come il padrone: il male si clona, l’identità si moltiplica, il simbolo diventa seriale. Nel prologo di Solo per i tuoi occhi, ancora una volta, il gatto sopravvive alla caduta del villain. Non è fedele: è libero. Ed è per questo che resta inquietante.

Attorno a Bond, il regno animale diventa un atlante segreto della paura. La tarantola di Dr. No inaugura la saga come minaccia primordiale: la morte che striscia sul corpo addormentato. Gli squali di Thunderball e La spia che mi amava trasformano il mare in una camera d’esecuzione. I coccodrilli di Vivi e lascia morire sono tribunale arcaico, natura che divora senza processo; i serpenti portano con sé il rito, il voodoo, l’ipnosi della superstizione. Con Zorin, in Bersaglio mobile, i cavalli da corsa diventano corpi da manipolare, strumenti di profitto e sperimentazione; i Dobermann, invece, sono violenza addestrata, muscoli al servizio del padrone. In Skyfall, il varano di Komodo nel casinò di Macao non è più semplice pericolo: è una presenza antica, muta, estetizzata, specchio del mondo di Silva. Nel Bond moderno, persino gli animali sembrano sapere che la vera minaccia non è più la bestia: è l’uomo che la usa.

Ma lo spionaggio cinematografico non vive solo di Bond. Nel 1965 la Disney firma una piccola, geniale variazione sul tema: Operazione Gatto (That Darn Cat!). Qui il protagonista non è un agente con smoking e Walther PPK, ma un gatto siamese, D.C., che diventa involontariamente chiave di un’indagine criminale. Il tono è commedia, certo, ma l’intuizione è perfettamente spionistica: chi sospetterebbe mai di un gatto? L’animale attraversa stanze, tetti, cortili, vite private. Non chiede permesso, non lascia impronte politiche, non appartiene a nessuna ideologia. È il pedinatore ideale perché nessuno lo prende sul serio. Là dove Bond usa gadget, D.C. usa l’istinto; dove l’agente segreto forza serrature, il gatto passa semplicemente dalla finestra.

Ed è qui che la fantasia incontra la realtà. Perché i servizi segreti, nella storia, hanno davvero guardato agli animali come possibili alleati occulti. I piccioni sono stati impiegati per portare messaggi e perfino per missioni fotografiche: piccoli droni biologici prima dell’era dei droni. I delfini, grazie al loro sonar naturale, sono stati addestrati per individuare mine, pattugliare porti, riconoscere presenze subacquee. In mare, dove il radar umano fatica e il buio cancella i confini, il delfino diventa sentinella vivente: intelligenza, velocità, percezione acustica trasformate in tecnologia militare organica.

Poi c’è il caso più surreale e insieme più rivelatore: i gatti-microfono. Durante la Guerra fredda, l’idea di trasformare un gatto in dispositivo d’ascolto vivente sembrò, per un momento, non solo possibile ma desiderabile. Il progetto, noto come Acoustic Kitty, puntava a usare l’animale per avvicinarsi a obiettivi sensibili senza destare sospetti. L’esito fu fallimentare, ma il simbolo rimane potentissimo: lo Stato che tenta di colonizzare l’istinto, di cablare la natura, di trasformare l’indipendenza felina in obbedienza elettronica. Era, in fondo, il sogno di Blofeld rovesciato in burocrazia: controllare ciò che per definizione sfugge.

Gli animali-spia affascinano perché abitano una zona ambigua. Non mentono, e proprio per questo possono diventare strumenti della menzogna. Non hanno bandiera, ma possono servire una potenza. Non conoscono segreti, eppure possono trasportarli. Nel cinema, come nella storia dell’intelligence, l’animale è la copertura perfetta: innocente agli occhi del mondo, operativo nello sguardo di chi comanda.

Eppure resta sempre una crepa. Il gatto di Blofeld fugge. Il gatto Disney segue la propria curiosità. Il delfino percepisce un mondo che nessun ammiraglio possiede davvero. Il piccione torna a casa perché obbedisce a un orientamento più antico degli eserciti. Ogni animale arruolato nello spionaggio porta con sé una contraddizione: può servire il segreto, ma non appartiene mai del tutto al potere.

Forse è questa la lezione più sottile. L’uomo dei servizi segreti costruisce reti, codici, basi, satelliti, microfoni, trappole. Ma l’animale resta l’agente doppio per eccellenza: entra nella scena del controllo e vi introduce l’imprevisto. Nel grande romanzo dello spionaggio, tra missioni impossibili e complotti globali, la zampa silenziosa, la pinna, l’ala o lo sguardo felino ricordano una verità che nessun archivio può classificare: la natura può essere usata, mai completamente posseduta.


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