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Animali da palco: la zoomusicologia del Rock

  • 12 giu
  • Tempo di lettura: 5 min

Animali da palco: la zoomusicologia del Rock

di Michelangelo Iossa


...perché il rock è una cosa da bestie (e noi siamo il pubblico)


Dai Beatles ai Pinguini Tattici Nucleari: breve trattato di zoomusicologia applicata, tra genio anglosassone, gaffe sanremesi e uccelli migratori armeni.

 

Un bislacco mistero attraversa la storia della musica dalla metà del Novecento ai giorni nostri ed è l’ostinata insistenza nel voler popolare i giradischi, le audiocassette, i CD e gli algoritmi di Spotify con uno zoo virtuale. Se domani un extraterrestre sbarcasse sulla Terra e decidesse di studiare l’Homo Sapiens attraverso le copertine dei dischi, ne dedurrebbe che il genere umano ha passato gli ultimi settant'anni a farsi guidare da insetti, felini, volatili e rettili muniti di chitarra elettrica.

È quindi utile sollevare il velo sulla “Zoomusicologia del Rock”. Un viaggio affascinante, ma anche la dimostrazione del fatto che l'uomo occidentale cerca disperatamente una scorciatoia verso la natura selvaggia. Perché il rock, diciamolo, ha scelto gli animali come totem protettivi per una ragione precisa: avevamo bisogno di marchi di fabbrica globali, feroci o ironici, che dicessero chi eravamo prima ancora di attaccare il jack all'amplificatore.

L’arca di Noè del pentagramma salpa ufficialmente nel 1951 con i Delta Cats di Jackie Brenston e Ike Turner, passa per i Crickets (i grilli) di Buddy Holly e approda, inevitabilmente, oltreoceano.

 

L'infestazione britannica e il paradosso di Sanremo

Negli anni Sessanta, l’onda d’urto angloamericana è stata, soprattutto, un’invasione biologica. C’erano le scimmie (The Monkees), i lupi (Steppenwolf), le tartarughe (The Turtles) e gli uccelli (The Byrds). E poi, naturalmente, loro: i quattro di Liverpool. I Beatles. Un gioco di parole favoloso - è l’aggettivo giusto - tra beetles (scarafaggi) e la parola beat. La più grande band della storia ha preso il nome da un insetto che solitamente si tenta di cacciare dalla cucina a colpi di scopa.

Ma il vero capolavoro antropologico si consuma in Italia, nel gennaio del 1966, sul palco del Casinò di Sanremo. Immaginate la scena. Arrivano gli Yardbirds, una band britannica che sta riscrivendo la storia del blues-rock. Alla chitarra c’è un ventenne timido ma fulminante di nome Eric Clapton. Sono in coppia con un giovane genio bolognese, Lucio Dalla, per presentare un brano dal titolo bizzarro: Paff…Bum.

Sul palco sale il custode della liturgia nazionale, Mike Bongiorno. Il quale, da irrefrenabile e magnifico gaffeur qual era, decide che l’inglese è un vizio da estirpare. Prende il nome della band e lo traduce letteralmente, con olimpica sicurezza, per il pubblico di Rai Uno: «Signore e signori, ecco a voi... I Gallinacci!»

Clapton e soci trasformati in polli da cortile davanti alla nazione. È un momento sublime. Dimostra come l’Italia, di fronte all’esotismo ribelle del rock, abbia sempre sentito il bisogno di rimpicciolire il mito, di riportarlo all'altezza della Brianza o della Pianura Padana.

 

Il serraglio domestico: dai Pooh ai Gatti di Vicolo Miracoli

I musicisti italiani non sono rimasti a guardare. Folgorati dai maestri inglesi, hanno aperto i loro personali canili e i loro acquari. Negli anni del beat è stato un fiorire di Camaleonti, Jaguars, Alligatori, Delfini, Bisonti, Cani e Panda.

C’è persino chi ha pescato nella letteratura per l'infanzia, come i Pooh, che presero il nome dall’orsetto Winnie (un’intuizione che, sulla carta, sembrava un suicidio commerciale e che, al contrario, ha prodotto una delle corazzate più longeve della nostra musica).

Un capitolo a parte merita l'osservatorio ornitologico della nostra canzone. Abbiamo avuto i Corvi, i Gufi, i Condor, i Canarini, Nico e i Gabbiani, i Falchi e gli Albatros. Più tardi sarebbero arrivati I Gatti di Vicolo Miracoli, a dimostrazione che il felino, in Italia, si sposa magnificamente con il cabaret e l'ironia agrodolce.

Ma la perla più preziosa e colta di questo bestiario nazionale ci conduce a Rino Gaetano. Prima del successo da solista, il primo "complesso" in cui milita il cantautore crotonese si chiama Krounks. Un nome che ai più sembrava un codice fiscale sbagliato. In realtà, in molte lingue euroasiatiche, Krounk significa "Gru", l'elegante uccello migratore. Non solo: Krounk è una delle melodie più celebri dell'Armenia, legata a Padre Komitas, intellettuale e sacerdote vissuto a fine Ottocento, considerato il padre della musica armena moderna. Pensate che cortocircuito formidabile: partiamo dal rock nelle cantine romane e finiamo alla musicologia sacra dell’Europa orientale. È la magia dello zoo musicale.

E a proposito di cortocircuiti colti ed esordi leggendari, non possiamo non rievocare la Napoli dei primi anni Settanta. Prima di assurgere al rango di Lazzaro Felice capace di rivoluzionare il suono mediterraneo, un giovanissimo Pino Daniele muoveva i suoi primi passi in una band dal nome squisitamente zoologico e letterario: i Batracomiomachia. Un omaggio alla celebre parodia greca della guerra tra topi e rane, tradotta e rivisitata nientemeno che da Giacomo Leopardi (in questo scenario anche il cognome del Poeta è una garanzia!). E se il nome evocava anfibi e piccoli roditori in battaglia nel fango, la formazione era un vero e proprio Lion Trophy del talento: tra le sue fila militavano fuoriclasse assoluti come Enzo Avitabile, Rosario Jermano e Rino Zurzolo. Quando si dice un destino scritto nelle stelle, o forse nella fauna palustre.

 

L'araldica delle dive italiane: piume, artigli e zanzare

Ma lo zoo della canzone italiana non si ferma ai complessi. Ha colonizzato in modo ancora più profondo l'immaginario delle nostre grandi soliste, trasformando la geografia regionale e la zoologia in una forma di nobiltà pop altamente codificata. Abbiamo costruito una vera e propria araldica delle dive a colpi di piume e artigli: la Tigre di Cremona (Mina), l'Aquila di Ligonchio (Iva Zanicchi), l'Usignolo di Cavriago (Orietta Berti) e la Pantera di Goro (Milva). Una tassonomia spietata e bellissima, dove ogni interprete riceveva un predatore o un volatile canoro a seconda del timbro e del temperamento scenico. Mancava solo un rettile per completare il quadro della nazione, ma ci è andata bene così.

In questa speciale classificazione zoologica, partiva decisamente avvantaggiata Rita Pavone — che con un cognome del genere sembrava destinata a una maestosa e colorata esibizione di piume. E invece la stampa e il pubblico le preferirono un insetto ben più piccolo, ribattezzandola spesso la Zanzara di Torino, per via di quella sua energia pungente, iperattiva, impossibile da schiacciare e capace di ronzare dritto nelle orecchie di un'intera generazione di giovani sognatori.

 

Dalla Farfalla di Ferro al Bad Bunny: l'evoluzione della specie

Con il passare dei decenni, gli animali del rock hanno smesso di essere domestici o semplicemente bizzarri. Sono diventati pesanti, metaforici, persino aggressivi. Il rock psichedelico americano ci ha regalato l'ossimoro perfetto con gli Iron Butterfly (la farfalla di ferro); il progressive si è fatto più riflessivo e desertico con i Camel; l'hard rock e il metal hanno preferito i predatori come i Whitesnake (il serpente bianco), i tedeschi Scorpions, i Def Leppard (il leopardo storpiato), gli statunitensi Elephant’s Memory (la Memoria d’Elefante) o i texani Pantera.

Fino ad arrivare ai giorni nostri, dove la zoomusicologia ha preso due strade opposte. Da una parte l'indie-rock sofisticato dei Gorillaz o delle scimmie artiche (Arctic Monkeys). Dall'altra, la provincia italiana dei Pinguini Tattici Nucleari, che usano l'animale più goffo del pianeta per raccontare le nostre goffaggini quotidiane. E infine lui, il re del pop globale contemporaneo: Bad Bunny. Il coniglietto cattivo. Siamo passati dai ruggiti dei leoni al twerking di un roditore con gli occhiali da sole.

 

Perché non possiamo farne a meno?

Questo immenso bestiario che, da oltre settant'anni, riempie i nostri ascolti e i nostri concerti ci rivela che la musica ha bisogno di simboli immediati. L'animale è un archetipo: evoca una sensazione prima ancora che la puntina tocchi il vinile.

Il rock ha antropomorfizzato la natura per permettere a noi, chiusi nei nostri uffici o bloccati nel traffico dellautostrada, di sentirci per tre minuti un po' lupi, un po' aquile, un po' scarafaggi favolosi. Abbiamo preso le bestie e le abbiamo messe sul palco. O forse, più semplicemente, abbiamo capito che sotto i riflettori siamo noi a tornare felicemente primitivi.


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