Licantropi nella letteratura antica (I lupi siamo noi)
- 12 giu
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Di Ottavio Costa
Immaginate di essere sul limitare di un bosco, un bosco sconosciuto che misteriosamente vi attira e vorreste visitare, ma non senza timori. A mano a mano che avanzate gli alberi si infittiscono, mentre i cespugli si colorano di tutte le sfumature fra il rosso e il viola, di lilla, di bianco, di giallo... Ma la luce va scemando, i rami sono sempre più fitti e la sera avanza... Ci sarà una radura per guardare le stelle? Un capanno per accoccolarsi al fuoco di un camino? Un desco per rifocillarsi e una coperta per avvolgersi nel sogno?
Il sogno va benissimo, purché non si trasformi in incubo, l’incubo più feroce ed ancestrale che cova nel nostro io profondo: essere sbranati e divorati.
La paura dell’uomo-lupo, il licantropo, è in noi dai tempi più lontani.
Una delle primissime testimonianze sulla licantropia è nell’Epopea di Gilgameš (circa 2150-2000 a.C.). Nella Tavoletta VI, quando la dea Ishtar si offre a Gilgameš come sposa. In risposta il re di Uruk elenca una serie di amanti della dea che hanno fatto una brutta fine. Tra questi, viene menzionato anche un pastore che Ishtar ha trasformato in lupo, un custode di greggi, che la Dea rese predatore dei suoi stessi greggi. Così Gilgameš declina il gentile invito della crudele Ishtar.
Il primo autore greco a parlarci di licantropi è lo storico Erodoto (484-425 a.C.) che, nelle sue Storie narra del popolo dei Neuri: “C’è motivo di credere che questi uomini siano stregoni. Infatti, gli Sciti e i Greci che abitano in Scizia raccontano che, una volta all’anno, ciascuno dei Neuri diventi un lupo per pochi giorni e, poi, di nuovo, ritorni al suo aspetto normale” (Erodoto, Storie, IV, 105).
Nell’antica Grecia, la licantropia era considerata un disturbo psichico, una “melanconia cerebrale” come afferma il medico Claudio Galeno (129-201 d.C.) nella sua Ars Medica e, come tale, suscettibile di essere curata tramite rimedi terapeutici: “Coloro che vengono colti dal morbo chiamato lupino o canino, escono di casa di notte nel mese di febbraio e imitano in tutto i lupi o i cani fino al sorgere del giorno, di preferenza aprono le tombe. È opportuno invero sapere che questo morbo è della specie della melanconia, che si potrà curare, se si inciderà la vena nel periodo dell’accesso e si farà evacuare il sangue fino alla perdita dei sensi, e si nutrirà l’infermo con cibi molto succosi…”
Nell’antica Roma anche gli scrittori Virgilio e Petronio nelle loro opere hanno accennato a episodi di licantropia; il primo nell’VIII ecloga delle Bucoliche fa dire al pastore Alfesibeo di aver assistito alla trasformazione del mago Meri in lupo grazie a delle erbe particolari raccolte nel Ponto:
“Con questi vidi spesso Meri trasformarsi in lupo
e celarsi nelle selve, ed evocare le anime dai sepolcri profondi,
e trasportare le messi seminate da un campo all’altro”.
Ancora, Petronio nel Satyricon, capitolo 62.1, racconta che durante la cena a casa di Trimalcione, i protagonisti Gitone, Ascilto ed Encolpio ascoltano tra tante storie, una serie di macabri racconti, tra cui quello che parla di Nicerote e del suo incredibile incontro in un cimitero con un lupo mannaro.
E veniamo a Licaone, tiranno dell’Arcadia. La storia del personaggio mitologico ci viene narrata da Ovidio (43 a.C. - 17 d.C.) in Le Metamorfosi. A causa della sua crudeltà, Licaone fu punito da Zeus e trasformato in lupo; proprio dal suo nome deriva il termine “licantropo” (lýkos, lupo e ánthropos, uomo).
“Le vesti si trasformano in pelo, le braccia in zampe: ed è lupo, ma della forma antica serba tracce. La canizie è la stessa, uguale la furia del volto, uguale il lampo degli occhi e l’espressione feroce”.
Pochi hanno prestato ascolto a Plinio il Vecchio (23-79 d.C.) quando nella sua Naturalis Historia affermava: “Che gli uomini si trasformino in lupi, e poi rientrino di nuovo in sé, è da considerare una bugia senz’altro, a meno di prendere per buone tutte le favole dei secoli passati”.
Certo la mutazione continua degli umani in animali è ricordo ancestrale della nostra specie.
Magiche Parole
(Da “Parole magiche”, racconto di Nâlungiaq, donna Inuit intervistata dall’etnologo Knud Rasmussen all’inizio del ’900. In The Netsilik Eskimos, social life and spiritual culture, Copenhagen 1931. Libera traduzione dell’autore).
Nei primi oscuri tempi
buia era la terra
e perenne era la notte.
La coltre del cielo senza stelle
e senza luna
tutto ricopriva
e serbava nel silenzio.
Esseri vivevano
ed erano in uno
umani ed animali
senza alcuna differenza.
Nell’una o l’altra forma
essi agivano,
vivendo
ignari di sé,
in alternanza continua
di anima e di corpo.
Ed ecco un uomo,
o una donna,
mutava all’improvviso,
ed era adesso un animale
o viceversa.
E così era per tutti i viventi,
nessuno escluso,
senza alcuna differenza.
Ed ecco lupi, orsi e foche
diventare in un attimo
uomini o donne
ed essere al contempo
pur sempre della stessa razza
e della medesima natura,
e ancora,
pur diversi e lontani,
avevano la stessa voce.
Tutto e tutti vagavano al buio
come invisibili fantasmi,
scambiandosi case e rifugi,
vivendo e cacciando
allo stesso modo
ed in egual misura.
Così era la terra
e così erano i suoi abitatori
nei tempi primordiali,
oggi incomprensibili
ai vivi quanto ai morti.
Fu allora
che le magiche parole
furono create.
E così, poteva una parola
sfuggita per caso
subito diventare possente,
e i desideri con essa
potevano avverarsi.
Nessuno sapeva
o poteva spiegarlo:
era così.
L’invenzione delle parole, del linguaggio, distinse gli umani dagli altri animali.
Lasciatemi concludere questa avventura fatta di lettere e fantasia con una citazione moderna dello scrittore Farley McGill Mowat: “Abbiamo condannato il lupo non per quello che è, ma per quello che abbiamo deliberatamente ed erroneamente percepito che fosse – l’immagine mitizzata di uno spietato assassino selvaggio – che, in realtà, non è altro che l’immagine riflessa di noi stessi”.
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