'A Cecciuvéttola. Apologia di un “uccello del malaugurio”
- 9 apr
- Tempo di lettura: 2 min

di Andrea Romano
“Stavano neri al lume della luna gli erti cipressi, guglie di basalto, quando tra l’ombre svolò rapida una ombra dall’alto: orma sognata d’un volar di piume, orma di un soffio molle di velluto, che passò l’ombre e scivolò nel lume pallido e muto”.
Dentro i cipressi Pascoli descrive, nella poesia La civetta, il volo morbido di un rapace appartenente alla famiglia delle Strigidae di duplice nomea, presenza costante del vernacolare napoletano conosciuta come ’a Cecciuvèttola, termine con cui si suole designare uno iettatore. La sua fortuna sciagurifera di rinomanza medievale trova infatti conferma nell’etimo stesso della famiglia cui appartiene: il latino strix ha dato voce all’italiano “strega”. Non è poi un caso che στρίξ (da τρίζω, “stridere”), “gufo” in greco, si sia modernizzato nella forma “strige”, sinistra creatura mitologica frutto di una metamorfosi e vorace di sangue umano, di cui le Chimere di Notre-Dame a Parigi restituiscono una celebre rappresentazione icastica. È dunque per il suo canto lugubre e troncamente stridulo, posato sulle veglie funebri in cimiteri ancora illuminati da lanterne, che la cultura popolare l’ha incoronata “regina della notte”, indissolubilmente legandola all’essere foriera di morte.
Un giudizio mortifero testimoniato fin dall’iconografia funeraria egizia e sedimentato nel mondo latino a tal punto che il suo epiteto più frequente era feralis. Virgilio nelle Georgiche dice: “osservando dall’alto di un tetto il tramonto del sole, senza motivo la civetta fa sentire i canti vespertini”; e ancora nella Naturalis Historia di Plinio il Vecchio: “la civetta canta quando c’è cattivo tempo e quando annuncia la tempesta al postodel sereno”.
Prova della sua ambivalente natura è ravvisabile nel termine che in greco indica la civetta, γλαῦξ, da γλαυκός (“chiaro”, “lucente”), lo stesso che unito a ώψ (“occhio”) forma l’epiteto omerico di Atena γλαυκώπις, “dagli occhi fulgidi”. L’eziologia mitologica vede infatti nella metamorfosi di Ascalafo, figlio di Acheronte e Orfne, in una civetta per mano di Demetra il più fido compagno di Atena per vigilare di notte, sicché nella fortunata iconografia della civetta posata sulla spalla della dea vanno a convergere chiaroveggenza e sapienza, come ricorda anche la nomenclatura scientifica Athene noctua. Il volatile del limes, del confine tra il visibile e l’invisibile ˗ o quello che forse non vogliamo vedere -, di ierofanie ineffabili, che arriva sull’imbrunire della ragione a vegliare che giustizia non dorma mai, ritorna delineato da una hegeliana immagine tratta dai Lineamenti di filosofia del diritto: “Quando la filosofia dipinge il suo grigio su grigio, allora una figura della vita è invecchiata, e con il grigio essa non si lascia ringiovanire, ma soltanto conoscere; la nottola di Minerva inizia il suo volo soltanto sul far del crepuscolo”.





