Uomo VS Fauna. Un bosco diviso in due da una strada non è più un unico habitat, ma due frammenti isolati. Le città? Trappole ecologiche
- 10 apr
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di Fabio Gaudiosi
“Il nostro stile di vita ha un impatto profondo e spesso invisibile sulla fauna selvatica e domestica. Ogni scelta quotidiana, da cosa mangiamo, a cosa indossiamo, a come smaltiamo i rifiuti, mette in moto una catena di conseguenze che influenza la biodiversità globale. Le nostre abitudini modellano il mondo animale: basti pensare all’impatto dell’agricoltura e degli allevamenti sulla distruzione degli habitat naturali. Le nostre abitudini energetiche (riscaldamento, trasporti, uso di elettricità) contribuiscono al riscaldamento globale, che altera i ritmi biologici con impatti negativi sulle migrazioni o sull’acidificazione degli oceani; molti uccelli partono troppo presto o troppo tardi, non trovando più cibo al loro arrivo. L’eccesso di CO2 rende i mari più acidi, sciogliendo i gusci di molluschi e coralli, base della vita marina. Una maggiore consapevolezza unita a limitati cambiamenti nelle abitudini potrebbero ridurre drasticamente la nostra impronta ecologica”, racconta Danila d’Angelo, docente di Fisiologia Veterinaria al Dipartimento di Medicina Veterinaria e Produzioni Animali all’Università degli Studi di Napoli Federico II.
Professoressa, i comportamenti degli animali rappresentano davvero un mistero per noi o sono solo manifestazioni diverse di identici bisogni?
Spesso il “mistero” non è da ricondurre al comportamento animale, ma nel nostro limite interpretativo. Limite della nostra percezione troppo spesso inquinata da un eccesso di antropocentrismo. Noi, inoltre, tendiamo a sottostimare il comportamento animale pensando che agiscano solo su base istintiva o su spinte motivazionali. In realtà, la scienza oggi parla di “cognizione animale”: gli animali non sono macchine che rispondono a stimoli, ma esseri che elaborano informazioni, provano emozioni (come dolore, paura e, in alcuni casi, lutto) e risolvono problemi complessi. I comportamenti animali sono manifestazioni diverse di bisogni universali, ma la “forma” che queste manifestazioni assumono è così ricca, creativa e influenzata dall’intelligenza individuale da restare, in molti casi, un meraviglioso mistero.
Come riuscire a creare contesti in cui gli esseri umani possano convivere con gli animali senza invadere il loro ambiente? In questi termini, quanto incide l’espansione delle città?
I danni già inflitti ai contesti naturali sono enormi ed in gran parte, purtroppo, irrecuperabili. Le città non solo occupano spazio, ma lo spezzano. Un bosco diviso in due da una strada non è più un unico habitat, ma due frammenti isolati. Questo riduce la diversità genetica delle specie e le costringe a incursioni pericolose nelle zone abitate per spostarsi. Le città, inoltre, offrono risorse trofiche che attirano gli animali, ma li espongono a pericoli nuovi, divenendo veicolo di interazioni pericolose e di incidenti di varia natura. Molti conflitti nascono perché gli animali (come cinghiali o orsi) sono attratti dai rifiuti urbani. Una gestione corretta dei rifiuti e il divieto di alimentare gli animali selvatici sono fondamentali per mantenere la distanza di sicurezza naturale. Le città rappresentano una sorta di trappola ecologica. La convivenza non è solo una questione di ingegneria, ma di cultura. Accettare che la città non sia un ambiente esclusivamente umano richiede un cambio di prospettiva: dobbiamo passare dal considerare l’animale come un “invasore” al vederlo come un co-abitante che richiede percorsi protetti e rispetto delle distanze. L’uomo, storicamente, ha risposto a ciò che non comprende o che lo spaventa (la malattia, la diversità culturale) creando “bolle”. Invece di adattare lo spazio comune, crea spazi paralleli. Paradossalmente, nel tentativo di gestire la diversità, che sia essa culturale o legata alla vulnerabilità sanitaria, la società moderna sembra aver perfezionato l’arte dell’esclusione piuttosto che quella dell’incontro. Abbiamo creato il lazzaretto o il manicomio per “proteggere” la società sana da ciò che percepivamo come alterità patologica, oggi gestiamo la natura attraverso il concetto di riserva isolata. Nel sociale escludiamo la fragilità in strutture chiuse perché non sappiamo integrarla nei ritmi della vita quotidiana, in natura creiamo “isole verdi” circondate da cemento. L’animale è accettato solo se resta dentro il perimetro stabilito; se ne esce, diventa un “invasore” da abbattere o catturare.
Quanto e perché è importante investire risorse nello studio delle specie? Nello specifico, penso agli animali apparentemente più misteriosi o inaccessibili…
Se smettiamo di considerare l’accessibilità, intesa come criterio di vicinanza, come l’unica fonte di attribuzione di valore, scopriamo che le specie più lontane sono spesso quelle che custodiscono le risposte più preziose. Le specie che vivono in condizioni estreme hanno, difatti, sviluppato soluzioni biologiche che sembrano fantascienza. Penso all’enorme risorsa che tali sistemi possano rappresentare nel progresso del campo biomedico… Basti pensare al fenomeno della bioluminescenza: le proteine che permettono ai pesci di vedere o produrre luce nel buio totale vengono già utilizzate in medicina per “illuminare” le cellule tumorali o monitorare processi biologici interni. Inoltre, offrono la possibilità di studiare organismi che vivono da centinaia di anni, come i coralli profondi, aiutandoci ad una migliore comprensione dei meccanismi alla base di riparazione del DNA e dell’invecchiamento cellulare. Investire nello studio delle specie, specialmente quelle più remote e misteriose come le creature degli abissi, non è solo un esercizio di curiosità accademica ma rappresenta una strategia di sopravvivenza e di innovazione per l’umanità stessa.









