Ecosistema animale a rischio. L’attività umana tra le prime cause del fenomeno estinzioneIl recupero di specie scomparse nell’ingegneria genetica e nella clonazione
- 10 apr
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di Alessandra Sigillo
“L’uomo ha avuto un impatto enorme sull’ecosistema animale ed è direttamente responsabile di numerose estinzioni. Le attività umane (deforestazione, urbanizzazione, caccia e pesca eccessiva, introduzione di specie invasive, inquinamento e cambiamento climatico) hanno accelerato il tasso di scomparsa delle specie fino a 1.000-10.000 volte rispetto al ritmo naturale”, racconta Roberta Improta, naturalista e direttrice tecnica del Museo Zoologico al Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università di Napoli Federico II.
“L’attività umana sta diminuendo il numero di specie e alterando la composizione delle comunità animali. Ogni specie estinta porta via con sé ruoli fondamentali negli ecosistemi, come ad esempio l’impollinazione, la dispersione dei semi o il controllo delle popolazioni di altre specie. Gli scienziati ritengono che ci troviamo nell’Antropocene, un’epoca caratterizzata da una nuova estinzione di massa provocata dall’uomo. L’uomo non solo ha influito sull’ecosistema animale, ma è una delle principali cause di estinzione di specie. Le prove scientifiche mostrano che stiamo vivendo una fase critica di perdita di biodiversità. Fermare o ridurre questo impatto richiede azioni globali: protezione degli habitat, riduzione delle emissioni, lotta al bracconaggio e gestione sostenibile delle risorse naturali”, continua Improta, tra l’altro autrice di pubblicazioni di carattere scientifico e divulgativo su riviste nazionali e internazionali.
Direttrice, cosa può fare la scienza per porre rimedio alla perdita di specie?
La scienza può intervenire sull’estinzione in due modi principali: prevenendo la scomparsa delle specie ancora esistenti e tentando di riportare in vita quelle già estinte tramite la cosiddetta de-estinzione. Quest’ultima è tecnicamente possibile, ma rimane controversa e complessa. In pratica la de-estinzione è la “resurrezione biologica” di specie scomparse, resa possibile da tecniche di ingegneria genetica e clonazione. L’obiettivo è ricreare organismi simili agli originali, utilizzando DNA antico o frammenti genetici conservati. Ma tale tecnica ha limiti e questioni etiche.
Innanzitutto, problemi ecologici: gli habitat originali spesso non esistono più, quindi gli animali “riportati” potrebbero non adattarsi; rischi genetici: il DNA antico è incompleto e può generare individui fragili o non vitali. Ma soprattutto questioni etiche: sarebbe meglio investire nella protezione delle specie attuali piuttosto che “resuscitare” quelle estinte. Investire risorse nella de-estinzione potrebbe distogliere fondi e attenzione dalla protezione delle specie attualmente minacciate. La de-estinzione può alimentare l’idea che la tecnologia possa sempre “aggiustare” gli errori umani, riducendo l’urgenza di proteggere la biodiversità esistente.
Quindi ritengo che la conservazione preventiva è, sicuramente, la soluzione più urgente e realizzabile con un minimo di consapevolezza collettiva: protezione degli habitat naturali, creazione di riserve, lotta al bracconaggio e riduzione dell’inquinamento e del tasso di antropizzazione sulla natura.
Gli esseri umani e gli animali possono vivere serenamente oppure l’essere umano resterà sempre l’animale più pericoloso?
È una domanda che tocca il cuore del rapporto tra uomo e natura. In molte culture e comunità tradizionali gli esseri umani hanno vissuto in equilibrio con gli animali, rispettando i cicli naturali e limitando lo sfruttamento. Gli animali contribuiscono alla salute degli ecosistemi e l’uomo ne trae vantaggi diretti. Una convivenza serena è possibile se l’uomo riduce il proprio impatto. Purtroppo, la nostra attività ha già causato la scomparsa di centinaia di specie e l’uomo è l’unica specie capace di modificare interi ecosistemi su scala planetaria.
Personalmente non sono ottimista sull’argomento: gli esseri umani possono vivere serenamente con gli animali, ma solo se scelgono di limitare il proprio impatto e di rispettare la biodiversità. Senza questa consapevolezza, l’uomo resta e resterà l’“animale più pericoloso”, non solo per gli altri, ma anche per sé stesso, perché distruggendo gli ecosistemi mette a rischio la propria sopravvivenza.
Quali sono gli esemplari estinti o a rischio custoditi nel Museo Zoologico?
A questa domanda vorrei poter rispondere “nessuno”, ma purtroppo trattandosi di un museo con più di 200 anni di storia, pullula di specie estinte completamente o estinte in natura, ovvero non esistenti più allo stato selvatico ma soltanto in cattività con un ridotto numero di esemplari.
Tra gli animali estinti definitivamente abbiamo un Wallaby dalla coda unghiuta lunato, un Piccione di Norfolk, una coppia mummificata di Leone del Capo, un cape di Rinoceronte bianco meridionale e tra quelle estinte in natura un Orice dalle corna a sciabola, un Ara di Spix, un Ibis crestato. Per non parlare delle testimonianze storiche di animali una volta presenti sul nostro territorio ed ora scomparsi per colpa dell’uomo come una Foca monaca detta la “Foca di Posillipo”, unica prova tangibile al mondo della presenza storica di questa specie nel Golfo di Napoli e in Campania. Su quelli a rischio la lista è lunghissima: dalla Tigre di Sumatra all’Orso polare.





















