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Bestie delinquenti. Carlo D’Addosio nel 1892 sulla tutela dei diritti degli animali

  • 10 apr
  • Tempo di lettura: 2 min

Bestie delinquenti. Carlo D’Addosio nel 1892 sulla tutela dei diritti degli animali

di Fabio Gaudiosi

Bestie delinquenti di Carlo D’Addosio è un libro sorprendente, scritto da un uomo che già nel 1892 preconizzò la tutela dei diritti degli animali di cui si fece garante, concentrando in un’unica raccolta tutti i processi giuridici documentati nei loro confronti e di cui era venuto a conoscenza fra l’anno 824 e il 1815. Non è quindi un caso che Edizioni Le Lucerne abbia voluto curarne la ripubblicazione, proponendo un’edizione più asciutta nel linguaggio, adattata a un pubblico del Duemila, ma non per questo meno coerente con l’originaria declinazione del libro data dall’autore, corredandola anche di una splendida prefazione di Giada Bernardi, l’avvocato dell’Orsa JJ4, la cui vicenda può essere considerata come l’ultima degli innumerevoli casi che hanno coinvolto direttamente un animale. Bestie delinquenti restituisce l’immagine di un uomo lungimirante, che sconvolse i preconcetti verso il mondo animale denunciandoli in un libro irriverente, che sfidava apertamente gli esponenti della Scuola positiva, per i quali il delitto non era altro che l’innata propensione alla violazione delle regole di alcuni individui. Le pagine del libro tendono persino a suscitare il sorriso per la peculiarità dei casi trattati: si tratta di galli stregoni, le cui uova servivano per preparare pozioni magiche; bruchi irriverenti, che si permettevano di assaltare i vigneti di un monastero e a cui fu persino comminata la scomunica; tori omicidi, condotti in prigione e poi impiccati o porci puniti per aver causato la caduta a terra di un Viceré. Insomma, i casi raccontati e spiegati dal giurista campano sono dei più variegati, incardinandosi lungo periodi storici che hanno subito complesse evoluzioni nella concezione giuridica degli animali. Dai tempi in cui i gatti erano persino venerati nell’antico Egitto, già i Greci introdussero leggi che ne comminavano pene al verificarsi di delitti. Nel Medioevo poi, vi fu una forte personificazione degli animali, ritenendoli coscienti nel discernimento tra ciò che è bene e ciò che è male: per questa ragione, se essi venivano puniti ogniqualvolta si riteneva si fossero allontanati dal proprio diritto naturale, al contempo erano anche utilizzati come testimoni nei processi (a Basilea vi fu una legge che lo permise fino al 1654). Fu con Cartesio che gli animali persero della centralità di un tempo e divennero poco più che oggetti, influenzando così il pensiero ancora oggi largamente corrente. Eppure, ci sarebbe da chiedersi come sia possibile trattare gli animali in questi termini, considerandoli attraverso il parametro della convenienza, accentuandone i caratteri morali solo per mascherare condotte omissive o commissive di uomini realmente responsabili delle tragedie che leggiamo nelle cronache dei giornali. La vicinanza temporale del caso di JJ4, definita solo nel luglio 2025, restituisce ancora di più l’urgenza del riconoscimento dei diritti degli animali, sulla cui strada sembra abbia cominciato a incardinarsi il legislatore italiano nel 2022 con la modifica dell’articolo 9 della Carta Costituzionale. Ma forse, solo quando ci accorgeremo di non essere affatto superiori, del fatto che le nostre azioni rappresentano solo comportamenti distinti a bisogni comuni ai loro, sapremo tutelarli, proteggerli, amarli, come nel 1892 ci chiedeva nelle pagine finali anche D’Addosio.

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