"Caporà' è muorto l’alifante". Antichi motti che raccontano la storia. L'elefante donato dal sultano Mahmud I al giovane re di Napoli, Carlo di Borbone
- 10 apr
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di Giacomo Esposito
Se è vero che dietro ogni detto popolare si nasconde una “storia” interessante, quella legata al proverbio Caporà’ è muorto l’alifante ha dei risvolti veramente sorprendenti.
Il motto, oggi quasi desueto, si riferisce ad una situazione in cui i vantaggi e i privilegi immeritatamente goduti svaniscono con soddisfazione della gente invidiosa.
L’elefante richiamato dall’espressione popolare è quello donato dal sultano Mahmud I al giovane re di Napoli, Carlo di Borbone, trasportato a Napoli il primo novembre 1742 e collocato nel parco della Reggia di Portici, dove già erano presenti altri animali esotici. Il pachiderma era stato affidato per la custodia e l’alimentazione ad un caporale che approfittando del prestigioso incarico si era arricchito esponendo all’ammirazione degli spettatori curiosi il maestoso animale, in cambio di laute mance. La morte dell’elefante, forse a causa dell’alimentazione inadeguata e della difficile adattabilità al clima, avvenuta nel 1756, fece venir meno la fonte di ricchezza dell’affidatario costretto a ritornare al ruolo di modesto subalterno militare.
In considerazione, tuttavia, del lungo periodo di sopravvivenza nelle condizioni non naturali ormai diventate abituali, non è del tutto da escludere il sospetto che il caporale trattenesse per sé danaro non nutrendo adeguatamente l’animale.
Non è descrivibile lo scalpore suscitato dal passaggio del convoglio attraverso le varie tappe del trasferimento dell’elefante dal porto di Brindisi, dove era sbarcato, a Napoli. La vista del pachiderma suscitava l’ammirazione non solo della gente comune, ma anche di artisti e scienziati, felici di poter studiare dal vivo un eccezionale esemplare.
Lo zoologo Francesco Serao nel suo scritto settecentesco Descrizione dell’elefante pervenuto in dono dal Gran Sultano alla regal corte di Napoli ne studiò l’anatomia e le misure (in particolare l’altezza di 11 palmi napoletani corrispondenti a 237 cm), definendo l’animale “il più prodigioso e stupendo... che abbia la Terra”.
L’unica imprecisione storica contenuta nell’opera riguarda il nome del sultano che non è Mohamed V, che regnò nel XVII secolo, ma Mahmud I.
I sovrani napoletani erano così entusiasti del dono ricevuto che non soltanto lo mostravano con orgoglio a diplomatici e capi di Stato, loro ospiti, ma addirittura Carlo commissionò al pittore Giuseppe Bonito un dipinto dedicato da inviare al padre Filippo V di Spagna, perché ne potesse ammirare la maestosità.
L’elefante era diventato una vera star dell’epoca, al punto da trovar posto sotto forma di statua nel presepe napoletano donato dalla famiglia Catello, famosi antiquari, al museo di Capodimonte, in luogo del dromedario nel corteo dei Magi, insieme ad altri animali (levrieri, pappagalli, un cervo, un cammello).
Il vero trionfo di questo straordinario animale si verificò quando apparve sul palcoscenico del teatro San Carlo nella rappresentazione dell’opera di Pietro Metastasio Alessandro nelle Indie, in modo da conferire allo spettacolo una dimensione realistica di eccezionale effetto.
Dopo la morte, l’animale fu imbalsamato e lo scheletro fu collocato nel Museo di Zoologia dell’Università Federico II, dopo essere stato privato della pelle, utilizzata per confezionare decine di eleganti mocassini, e delle zanne trafugate da ladri sconosciuti.
Il possesso dell’eccezionale animale non solo era motivo di orgoglio, ma accresceva agli occhi dei diplomatici stranieri presenti a corte il prestigio del giovane re, da poco giunto sul trono del regno di Napoli tornato alla sua gloriosa dimensione di Stato indipendente al centro del Mediterraneo. Non bisogna trascurare il fatto che circondarsi di belve provenienti da terre lontane era espressione della moda dell’epoca che privilegiava tutto ciò che sapeva di esotico, come dimostra il gusto diffuso in tutte le capitali europee di adornare regge e dimore prestigiose con “cineserie”.
Anche l’arrivo dell’elefante a Napoli non è privo di mistero, dal momento che circolano al riguardo versioni contrastanti. Quella ufficiale parla di un dono generoso del sultano ottomano a re Carlo, quasi a voler testimoniare con tale regalo il riconoscimento dell’importanza del nuovo Stato con cui si andavano intensificando le relazioni diplomatiche e commerciali. È evidente che tale versione era quella accreditata negli ambienti di corte, perché attestava agli occhi del mondo il crescente prestigio dello Stato meridionale.
Tuttavia, attraverso la pubblicazione di un documento dell’epoca, lo storico Michelangelo Schipa dimostra che non si trattò di un dono, ma di un vero e proprio acquisto. Nel documento l’ambasciatore napoletano presso l’imperatore turco, il conte Finocchietti, intermediario per l’acquisto presso il primo ministro ottomano, riferisce il costo dell’operazione al suo re che non si spaventò di fronte al pagamento della fantasmagorica somma necessaria per la transazione.
Verosimilmente, alla fine nella stipula dell’accordo, non ci fu soltanto l’esborso di denaro, ma anche uno scambio con la cessione da parte del re di Napoli di pregiate lastre marmoree.











