Giovan Battista Basile. Gli animali nel "Cunto de li cunti". Critiche alla contemporaneità seicentesca attuali dopo quattrocento anni
- 9 apr
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di Gaia Cimbalo
Lo scrittore Giambattista Basile è conosciuto per la sua celeberrima opera scritta in dialetto napoletano Lo cunto de li cunti, nota anche come Pentamerone, per la sua chiara ispirazione boccaccesca: una raccolta di cinquanta fiabe narrate in cinque giornate. L’opera ha contribuito a rendere popolari numerose fiabe che sono poi divenute parte integrante della nostra cultura, ma il cui iniziale contributo si deve proprio allo scrittore seicentesco. Questo scritto fu particolarmente amato da Croce, che si prese l’onere di tradurla in italiano, per fare in modo che più persone potessero conoscere il «più bel libro italiano barocco» e fu definita da Italo Calvino «il sogno d’un deforme Shakespeare partenopeo» che ben sintetizza la capacità immaginifica di questo capolavoro.
Come ogni fiaba che si rispetti, il mondo animale è al centro di questi racconti. Gli animali, infatti, giocano ruoli cruciali. Li ritroviamo come magici aiutanti, nella Cerva fatata, dove una fanciulla trasformata in cerva diventa oggetto di un desiderio amoroso e di prove per l’uomoche ama.
Attingendo dalla tradizione, abbondano animali simbolici: il leone (arroganza), il lupo (malvagità), l’agnello (bontà), la volpe (astuzia) e così via.
Basile trascrive per primo storie ormai facenti parte dell’immaginario comune, come la sua Gatta Cenerentola o Cagliuso, a noi oggi noto con il nome il gatto con gli stivali, racconti in cui il contributo animale è fondamentale per la risoluzione del conflitto ed è la differenza principale con le fiabe che saranno poi reinterpretate dai fratelli Grimm o da Perrault. Come ogni grande artista che si rispetti, ogni sua scelta non è casuale, ma corrisponde ad una volontà precisa, alla veicolazione di un messaggio, la scelta di ogni singola creatura, quindi, rappresenta un’opportunità per l’autore di raccontare qualcosa e di far riflettere il suo pubblico di peccerilli e non.
Leggere quest’opera è particolarmente illuminante, non solo perché rappresenta un caso linguistico straordinario, ma perché rielaborando storie appartenenti al folklore e alle leggende, diventa una raccolta di storie che indaga l’interazione fra l’uomo e l’altro fin da tempi lontanissimi, ben più lontani dell’autore stesso.
La fauna nel corso del volume è spesso antropomorfizzata ma, nonostante ciò, ogni specie mantiene le proprie peculiarità, creando caratteri e personalità sempre nuovi e diversi. In La serpe, una fiaba che ripercorre molte dei topoi visibili nell’Amore e Psiche di Apuleio, una donna sposata ad una serpe viola il loro patto, viene vinta dalla curiosità e lo spia nel sonno. La punizione per tale mancanza di autocontrollo e di fiducia viene punita duramente e la donna perde il suo amore. Nel folklore europeo il serpente è un simbolo di sapienza arcaica e una creatura ctonia (legata alla terra, alla soglia vita/morte). In Basile questa ambivalenza è esasperata: la serpe è mostruosa ma giusta, mentre l’umano è fragile e fallibile. Qui l’animale non rappresenta l’istinto, ma una forma superiore di ordine rispetto all’umano, una bestialità solo apparente, che nasconde una regalità morale.
La pulce colpisce invece per la sua satira sorprendentemente attuale: una pulce viene allevata in maniera clandestina alla corte di un re folle e capriccioso. Nutrita ogni giorno con il sangue del sovrano, l’insetto cresce a dismisura ed una volta enorme il re la fa scuoiare e la rende fulcro di un enigma: chiunque riesca ad indovinare a quale animale appartenga la pelle sarà premiato prendendo in moglie sua figlia. Una prova dunque iniqua e che riesce ad essere smascherata solo da un orco, che riconosce immediatamente l’appartenenza della pelle, condannando però in questo modo la figlia del re ad una vita di infelicità. Alla fine, la donna riesce ad uccidere l’orco e a ricongiungersi col mondo umano, ma niente in questa storia è particolarmente consolante; Basile compone una tragedia fiabesca, in cui i capricci umani hanno la meglio e gli animali (e le donne) sono solo un mero intrattenimento, spogliati di qualsiasi dignità e volontà. L’elemento mostruoso di questa storia è proprio il re, l’uomo, che contravviene alle regole dell’ordine naturale del mondo per nessuna buona ragione se non il proprio divertimento personale, reificando un altro essere vivente.
Doloroso constatare come molte delle critiche basiliane alla sua contemporaneità non siano poi così dissimili a ciò che sentiamo nella nostra contemporaneità, la mancanza di rispetto per l’altro e la mentalità specista inquinano il nostro mondo e creano una falsa sensazione di veridicità, come se il solo essere umani garantisca una superiorità su ciò che è diverso da noi.
Interessante constatare come un’opera pubblicata nel 1634 possa essere analizzata in un’ottica eco critica, gli animali in Basile sono sempre soggetti e spesso posseggono una superiorità etica: questo dialoga con gli animal studies, l’animale non è “inferiore”, ma altro, e l’altro è giudice.e l’altro è giudice.











