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Museo Zoologico. Archivio storico di biodiversità. Napoli, fin dall’antichità, polo attrattivoper la ricerca scientifica al pari delle grandi capitali europee

  • 10 apr
  • Tempo di lettura: 3 min

Museo Zoologico. Archivio storico di biodiversità. Napoli, fin dall’antichità, polo attrattivoper la ricerca scientifica al pari delle grandi capitali europee

di Erika Cervone

Nel cuore di Napoli sorge un vero archivio della biodiversità, un luogo di grande valore dove sapere scientifico e storia si intrecciano: il Museo Zoologico. Situato in Via Mezzocannone 8, il museo ospita numerose collezioni di specie animali, e qualcuna ormai estinta o in procinto di esserlo in un prossimo futuro. Fa parte del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università degli Studi di Napoli Federico II. Qui, ricerca, didattica e divulgazione si incrociano, offrendo al pubblico uno sguardo privilegiato sul rapporto tra l’uomo e il mondo naturale.

Fondato da Gioacchino Murat il 18 febbraio 1813, ospitò gran parte delle collezioni naturalistiche dei Borbone, il primo Direttore del museo fu Luigi Petagna, professore alla Cattedra di Zoologia. Murat inserì il museo nel progetto di modernizzazione napoleonica, sul modello del Muséum National d’Histoire Naturelle di Parigi. Il suo obiettivo fu quello di trasformare Napoli in un polo attrattivo per la ricerca scientifica al pari delle grandi capitali europee, rafforzando la scienza laica e moderna. Nel 1815, Ferdinando I di Borbone ne definì la collocazione nella Biblioteca Universitaria. L’istituzione napoleonica venne valorizzata e ampliata divenendo uno dei più importanti musei zoologici d’Italia del XIX secolo. L’attuale sede del Museo fu costituita nel 1845 per volontà di Giosuè Sangiovanni, primo professore di Anatomia Comparata in Italia.

Nel corso dell’800, mentre Darwin pubblicava L’origine delle specie, il museo diventò uno spazio in cui si discuteva di evoluzione, classificazione e adattamento, e dove la natura venne osservata con occhi sempre più scientifici, un vero e proprio centro di ricerca. Il museo infatti era annesso alla cattedra di Zoologia dell’Università di Napoli, perciò le collezioni presenti all’interno erano utilizzate non solo per insegnare, ma soprattutto a scopo scientifico per descrivere e studiare nuove specie.

Figura di straordinaria importanza fu il naturalista e zoologo Oronzo Gabriele Costa, seguito poi dal figlio Achille. Entrambi portarono avanti lo studio di centinaia di nuove specie e iniziarono a creare una rete di contatti al di fuori del territorio napoletano con Parigi, Vienna e Berlino. Le grandi novità apportate dai Costa fecero del Museo Zoologico napoletano un grande polo attrattivo al pari delle grandi capitali scientifiche e culturali europee. Le specie di animali vennero catalogate secondo i criteri sistematici dell’epoca. Achille Costa sottolineò l’importanza del museo come strumento di studio e divulgazione, e non solo come luogo di conservazione.

Oggi, le collezioni zoologiche storiche sono divenute un grande patrimonio per l’Università Federico II, nonostante alcune siano state trafugate durante la Seconda guerra mondiale e altre siano andate perdute a causa della scarsa manutenzione. Nel ’900, nonostante una nuova disposizione e ampliamento (la disposizione in due grandi saloni, così come oggi la vediamo, con una superficie espositiva dedicata di 900 m2, fu realizzata nel 1901 dallo zoologo Francesco Saverio Monticelli), il museo attraversò una fase di profonda crisi e di forte marginalizzazione. Dopo l’Unità d’Italia, a causa della riduzione progressiva dei fondi, Napoli perse il ruolo di capitale scientifica, e il museo rimase per lungo tempo poco accessibile al grande pubblico. Molti esemplari, alcuni appartenenti a specie oggi estinte, dopo essere sopravvissuti a conflitti mondiali e cambiamenti istituzionali, vennero conservati come silenziosi archivi del passato, in attesa di tempi migliori. Durante l’ultima guerra mondiale il Museo subì gravi danni a seguito dei bombardamenti, occupazioni e vandalismo. Si deve a Mario Salfi il recupero dell’esistente nel periodo postbellico.

In tempi recenti il museo è stato nuovamente riscoperto come bene culturale e scientifico di straordinaria attualità. Le collezioni presenti all’interno non solo raccontano secoli ricchi di storia ma servono soprattutto a spiegare l’evoluzione delle specie nel tempo; i cambiamenti climatici e conseguentemente, la perdita di biodiversità.

Tra i reperti in collezione, unici al mondo sono l’Elefante di Portici, la Balena di Taranto, unico esemplare musealizzato di provenienza mediterranea di Balena franca boreale (Eubalaena glacialis), arrivato nel Mar Grande di Taranto nel febbraio 1877, e la Foca di Posillipo, esemplare di Foca monaca (Monachus monachus) catturato a Napoli nel 1884, che rappresenta la sola testimonianza effettiva della presenza storica di questa specie in Campania. Il museo vanta anche, tra le numerose collezioni, una vastissima raccolta di insetti, la cosiddetta Collezione Entomologica Achille Costa, che rappresenta uno dei più vasti repertori faunistici della Campania e dell’Italia meridionale.

Accanto alla conservazione e alla continua opera di ricerca, cresce l’impegno nella divulgazione: visite guidate, attività didattiche, eventi culturali e collaborazioni con la città restituiscono al museo il suo ruolo pubblico, grazie alle numerose iniziative, volute dall’attuale Direttore del Centro Musei delle Scienze Naturali e Fisiche dell’Università Federico II, Piergiulio Cappelletti e dal direttore tecnico, Roberta Improta. Così il museo sta pian piano raggiungendo un pubblico sempre più ampio sul territorio napoletano ma ancora lontano dai percorsi turistici.


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