Rapporto tra uomo e fauna. La risposta nei ritrovamenti archeologici
- 10 apr
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di Gaia Cimbalo
Angelo Genovese, biologo, professore all’Università degli Studi di Napoli Federico II, co-realizzatore del laboratorio di ricerche applicate presso la Soprintendenza di Pompei e autore di decine di pubblicazioni nel campo zooarcheologico, risponde agli intriganti quesiti sull’ancestrale convivenza tra i due generi fondamentali presenti sulla terra. Fin dalla notte dei tempi uomini e animali hanno dovuto condividere gli stessi territori e contendersi spesso la stessa selvaggina. Genovese, in merito al rapporto tra l’uomo e la fauna cosa ci hanno trasmesso i ritrovamenti archeologici? Nel territorio campano sono state ritrovate importanti testimonianze delle relazioni antropozoologiche risalenti fin dai primi insediamenti umani, particolarmente in ambienti rupestri e in grotte costiere. Sappiamo che, ovunque, tutte le culture umane hanno attinto prima come raccoglitori, poi come cacciatori e, infine, come allevatori importanti risorse faunistiche con diverse finalità. In primis, quelle alimentari ma anche quelle collegate a forza-lavoro, alla guerra, alla guardia e ad aspetti apotropaici o religiosi. Non ultime quelle con fini strumentali o decorativi. In Campania abbiamo anche la “fortuna” di avere complessi vulcanici, in particolare il Somma-Vesuvio che ha permesso di “cristallizzare” l’intero ambiente in diverse epoche restituendoci, così, in maniera drammatica e unica, tutto ciò che era collegato alle civiltà che si sono susseguite sul territorio. In particolare, va ricordato, che solo negli ultimi due-tre secoli l’uomo ha potuto fare a meno di alcune specie indispensabili per diverse attività. I ritrovamenti di animali e le loro relazioni con l’ambiente antropico sono utili a ricostruire le società umane in quanto la loro cultura e la loro economia erano fondate quasi unicamente sul rapporto con l’ambiente naturale. Oggi sappiamo come cacciavano, come allevavano, come uccidevano e come utilizzavano gli animali. Lo scalpore di alcune nostre ricerche, che si è guadagnato anche le prime pagine dei giornali e sono state riportate in mostre in tutto il mondo, dimostra l’interesse diffuso che si ha verso queste ricerche e aiuta a valorizzare il nostro immenso patrimonio culturale. Perché, a volte, un osso o una conchiglia possono dirci molto più di un’opera d’arte. Come si comporta uno zooarcheologo durante uno scavo? Cosa deve cercare e in che modo lo deve fare? Quali le cautele, le ricerche e le analisi? Uno scavo archeologico è un unicum in grado di restituire importantissime informazioni sulla vita umana e sulle relazioni tra uomo e ambiente. Lo scavo deve esser, pertanto, in grado di documentare tutto ciò che è possibile come sulla scena di un delitto. È fondamentale che esso avvenga in maniera multidisciplinare. Ad esempio, i reperti animali dovrebbero essere sempre scavati da zooarcheologi per evitare che si perdano informazioni fondamentali. Quindi la prima informazione deriva proprio dalle relazioni spaziali tra i vari reperti e dall’analisi delle possibili relazioni esistenti fra essi. Poi c’è l’analisi di laboratorio che va dalla datazione, alla caratterizzazione genetica e biomolecolare, dall’analisi tafonomica a quella microscopica, dalla paleopatologia alla zootecnia. Solo per citare alcune di quelle che comunemente svolgiamo, sempre in maniera interdisciplinare. Fondamentale, laddove sono reperibili, sono le informazioni derivanti da elementi iconografici coevi ai reperti. Nelle epoche storiche si aggiunge anche la ricerca di relazioni con la letteratura classica. I reperti di origine animale cosa ci possono raccontare? Una infinità di cose. Ad esempio, come un animale sia stato allevato o ucciso, come sia stato consumato. Oppure, perché quel particolare animale sia stato allevato o se esso costituisse un potenziale farmaco per l’uomo. Poi, c’è, ad esempio tutta la evoluzione dell’allevamento dalla selezione delle specie alle strutture e alle tecnologie zootecniche. Un universo di informazioni che non si può riassumere in poche parole. Si è mai trovato di fronte a un giallo archeologico? Dipende cosa si intenda per “giallo”. Abbiamo avuto la possibilità di analizzare le tecniche di abbattimento e macellazione di animali da reddito. Abbiamo trovato animali sacrificati e posti a guardia di abitazioni. Abbiamo studiato l’uso degli animali da guardia a protezione di allevamenti, abitazioni e beni materiali. Nel corso degli scavi di cui finora si è occupato, c’è qualche scoperta che ha finalmente risposto a domande che la assillavano da anni? Ovviamente sì. Ma più che rispondere a domande, molto spesso ce ne ha fatto porre di nuove.









