Tra incanto e brivido. Gli animali al cinema dal muto all’animal thriller
- 10 apr
- Tempo di lettura: 3 min

di Roberta Verde
Fin dagli albori del cinema, gli animali hanno esercitato un fascino particolare sul pubblico. Nelle brevi inquadrature dei fratelli Lumière, i padri del cinematografo, non era raro vedere cavalli, cani e altri animali ripresi nella vita quotidiana. Siamo a fine Ottocento e questi brevissimi filmati più che narrare delle storie mostravano al mondo la magia del nuovo mezzo, capace, rispetto a qualsiasi altra forma visiva esistente all’epoca, di catturare il reale. Esempi significativi sono Le maréchal-ferrant (1895) e Le défilé du 8e bataillon (1896) in cui il movimento animale, spontaneo e imprevedibile, viene colto con realistica naturalezza.
Con i primi film narrativi, il ruolo degli animali diventa via via più definito. Nei primi western, ad esempio, il cavallo non è solo un mezzo di trasporto ma raffigura lo spirito d’avventura, il senso della velocità e la libertà del paesaggio americano. Negli anni Venti e Trenta nasce poi il fenomeno delle star animali: il caso più celebre è quello di Rin Tin Tin, un pastore tedesco salvato in Francia durante la Prima guerra mondiale, che diventa una delle principali attrazioni della Warner Bros. La sua presenza generava profitti elevatissimi attirando spettatori di ogni età, grazie soprattutto alle sue incredibili doti attoriali. Poco dopo arriva Lassie, incarnazione cinematografica della fedeltà e del coraggio. Altro animale famosissimo, anche se più icona che “attore”, è “Leo the Lion” il simbolo della casa di produzione MGM (Metro Goldwyn Mayer, recentemente finita sotto il controllo di Amazon MGM Studios).
Parallelamente, l’animazione introduce una rivoluzione nel modo di rappresentare il mondo animale. Personaggi come Topolino, Felix, Bambi o Dumbo non sono semplici animali antropomorfizzati: diventano simboli, portatori di valori morali, figure che permettono di parlare di crescita, perdita, fragilità e speranza. L’animale animato diventa una lente emotiva attraverso cui il pubblico guarda sé stesso.
Dopo la Seconda guerra mondiale, grazie allo sviluppo dei documentari naturalistici e a tecnologie di ripresa più leggere e versatili, il cinema inizia a mostrare la fauna nel proprio ambiente reale. Film come Born Free (1966) o Never Cry Wolf (1983) segnano un avvicinamento alla natura, raccontando non solo la bellezza degli animali, ma anche il conflitto - spesso invisibile - con l’uomo.
Negli stessi anni prende forza un genere che ne sfrutta il potere primordiale: l’animal thriller. Il capostipite moderno è The Birds (1963) di Hitchcock, dove uccelli comunissimi diventano improvvisamente aggressivi, incarnando un terrore inspiegabile che minaccia il quotidiano della piccola Bodega Bay. Negli anni Settanta, Lo squalo di Spielberg trasforma un predatore reale in un’icona pop della paura, influenzando l’immaginario collettivo e generando un’ondata di film incentrati su animali pericolosi: orche assassine, serpenti, piranha, coccodrilli, cani impazziti come in Cujo (1983), tratto da un romanzo di Stephen King. L’animal thriller, pur spesso costruito sull’esagerazione, riflette un rapporto ambivalente con la natura: gli animali diventano metafore delle nostre ansie e dei nostri timori.
Negli anni Ottanta e Novanta, mentre il thriller animale continua a prosperare, il cinema propone anche storie più sentimentali o avventurose in cui gli animali sono compagni e alleati. Beethoven (1992), Free Willy (1993) o Babe (1995) mostrano il lato positivo, affettivo e domestico del mondo animale, e si rivolgono a un pubblico costituito prettamente da famiglie. In questo periodo arriva anche una svolta tecnologica: Jurassic Park (1993) dimostra che gli effetti speciali digitali possono rendere credibili creature enormi e complesse, aprendo la strada a un modo completamente nuovo di rappresentare animali veri o immaginari senza ricorrere all’uso diretto di esemplari vivi.
Con l’inizio del nuovo millennio, la CGI (Computer-Generated Imagery) evolve fino a raggiungere un realismo sorprendente. Film come Il libro della giungla (2016) e Il re leone (2019) sono quasi interamente costruiti digitalmente: gli animali appaiono credibili, espressivi, spesso indistinguibili dal vero. Questa trasformazione si accompagna a una crescente attenzione etica: molte produzioni scelgono di usare animali veri solo quando strettamente necessario, mentre protocolli e associazioni specializzate monitorano le condizioni dei set per garantire il benessere delle specie coinvolte.
Nel frattempo, il documentario contemporaneo vive un periodo di grande espansione: grazie a droni, camere a lunga distanza, sensori infrarossi e riprese ad altissima definizione, serie come Planet Earth (2006-2023), The Elephant Queen (2018), Our Planet (2019) offrono una prospettiva completamente nuova sulla vita degli animali, mostrando comportamenti un tempo impossibili da filmare. In questi racconti, l’animale non è solo protagonista ma simbolo della fragilità del pianeta, ambasciatore di messaggi ecologici sempre più urgenti.
Gli animali hanno quindi accompagnato tutte le fasi della storia del cinema. Attraverso di loro, il grande schermo racconta il nostro rapporto mutevole con la natura, un legame fatto di stupore, paura, identificazione e responsabilità. E forse proprio questo spiega il loro potere narrativo: guardando gli animali sullo schermo, osserviamo al tempo stesso il nostro modo di stare nel mondo.











